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giovedì, 27 luglio 2006
In riferimento ad alcuni brani di autori 
in - Nostri Autori -
sul portale di Letteraria Odusia


non sono una critica letteraria quindi
le
mie considerazioni
sono puramente da semplice lettrice,
valutate secondo

sensazione e non seguendo un criterio
scientifico-letterario.

Mi è piaciuto il racconto di Roberto Brakus,
La luce riflessa. Non saprei

dare una giusta spiegazione,
ma si segue facilmente e non è dispersivo.

Carino pure il racconto di Carlo Picca,
Il piccolo Dragosh, ma mi perdevo

un po durante la lettura, perdevo
la concentrazione sulla storia.

Mentre La porta di un bel sogno di
Francesca Dibenedetto, è una bella

storia, ma forse è un genere narrativo
più adatto ad un episodio

televisivo.
Preferirei vederlo in TV e non leggerlo.

Cordiali saluti
Lucia Lorefice


postato da: blogodusia alle ore 12:03 | Permalink | commenti (2)
Commenti
#1    28 Luglio 2006 - 11:48
 
a me è piaciuto molto quello di Orsenigo

giusy
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#2    04 Settembre 2006 - 10:13
 
Di Thomas Jay mi ha colpito innanzitutto la circolarità, che ho notato per la prima volta nel suo incontro con il vecchio Max: il suo grande affetto per il bambino, insieme ad un costante tentativo di educarlo servendosi anche dei libri, così importanti per lui, lo rendono ai miei occhi quasi un “prolungamento”, una “proiezione” nel tempo (dall’infanzia all’adolescenza del protagonista) e nello spazio (da Arezzo a New York) della nonna e della zia di Thomas. A quest’ultimo, Max insegna tra le altre cose il gioco degli scacchi, che si rivelerà in seguito di cruciale importanza nel rapporto tra il protagonista ed Elliot, la persona incaricata di occuparsene in prigione. E’ proprio Elliot a proporre il gioco, mandando dei bigliettini a Thomas, il quale replica: “con una persona intelligente, anche due chiacchiere sono interessanti”. Questa frase verrà poi pronunciata dallo stesso Elliot, ma solo a partita finita, dopo una serie di considerazioni che i due fanno su Dostoevskij. Il continuo “richiamarsi” di personaggi – la nonna, la zia Lillina, il vecchio Max - e aspetti della loro caratterizzazione – la passione per la lettura, il gioco degli scacchi – viene così sottolineato dall’iterazione, quasi il “rincorrersi” di frasi e parole, tipico della scrittura della Libutti, si pensi ad esempio al racconto “E’ la sua bocca che ora sa di sale…”. In Thomas Jay, questa “circolarità”, che riguarda la struttura del romanzo, riflette il percorso spirituale, i pensieri più profondi, le sensazioni più forti del protagonista stesso: cercando costantemente di diffidare delle persone, per paura di esserne deluso, Thomas si difende ogni volta da una madre che non lo ha voluto.
Ritroviamo la stessa diffidenza e scontrosità in Tiresia, il gatto di Max, la cui descrizione sembra quasi un sintetico, singolare autoritratto fatto da Thomas. Tiresia come Tiresias, protagonista di The Waste Land ed Elliot come l’autore T.S.Eliot, il quale mi è venuto in mente spesso leggendo Thomas Jay. Sebbene questo scrittore non venga mai citato, né le sue opere siano oggetto di discussione tra i personaggi, come avviene invece per Dostoevskij, Socrate, Proust, trovo infatti che Thomas Jay ne riecheggi lo stile - l’ironia, il giocare con il suono delle parole, il forte valore simbolico dell’ambiente in cui fatti e personaggi vengono descritti – e il messaggio più profondo – un forte senso di frustrazione e disillusione. Tutte queste caratteristiche possono essere notate anche nel racconto LH45, in cui la Libutti descrive una giornata-tipo del protagonista Matteo. Quest’ultimo, proprio come il personaggio principale di The Love Song of J. Alfred Prufrock di T.S. Eliot, si muove in un mondo privo di qualsiasi valore e significato, in cui l’amore è soltanto utopia.
Alessandra Libutti non si limita tuttavia a descrivere la fatica e la sofferenza di cui l’esistenza umana è intrisa, ma cerca quasi di dare al lettore una “ricetta” per affrontare la vita. L’autoironia, la capacità di “prendere le distanze” da ciò che più ci fa soffrire fino quasi a riderne, è sicuramente l’antidoto principale, anche se non l’unico. Ci sono poi la saggezza del saper accettare le cose che non si possono cambiare – si pensi alla zia Lillina, “il cui cuore gonfio era capace solo di elargire amore, e che i colpi della vita non avevano indurito ma bensì addolcito come una carezza”- e la consapevolezza di dover custodire gelosamente la capacità di meravigliarsi e di fantasticare, la stessa che spinge il bambino Thomas a starsene “per ore col naso appiccicato alla finestra a fissare le gocce e ad immaginarci dentro l’universo intero…”.

Maria Silvia Enea
utente anonimo

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